#NaNoWriMo – L’apocalisse dello scrittore

Novembre è già iniziato da un pezzo, ma non è novembre senza un articolo sul NaNoWriMo.

 

 

National Novel Writing Month, per gli amici NaNoWriMo, ovvero la sfida scrittevole più terrificante del web. Nata nel lontano 1999, questa sfida coinvolge ormai qualcosa come 400.000 persone in tutto il mondo, ogni anno. Ma di cosa si tratta, nello specifico?
Il NaNoWriMo, secondo la descrizione ufficiale, è dedicare tutto il mese di novembre (dall’1 al 30) a cercare di scrivere una novella di MINIMO 50.000 PAROLE. Parole, non battute. Non si vince assolutamente nulla, in quanto non collegato a nessuna casa editrice delle terre d’Albione, ma si avrà un romanzo completo e la grande soddisfazione di averlo scritto in un solo mese.
La versione non ufficiale, quella più realistica, è dedicare il mese di novembre ad azzerare la propria vita sociale, a piangere fortissimo e a ingurgitare litri di caffè consumando le peggiori schifezze direttamente sulla tastiera del PC perché non avrete alcun tempo di sedervi a tavola insieme ai parenti. Non si vince nulla, se non la soddisfazione di aver scritto un romanzo e potersi bullare con quei falliti che non ce l’hanno fatta. Almeno fino all’anno prossimo.
Perché partecipare al NaNoWriMo, allora? Per mettersi alla prova, per divertirsi e soprattutto per lasciarsi coinvolgere dall’atmosfera di isteria generale che pare adagiarsi sui vari gruppi di scrittori decisi a fare comunella per soffrire insieme (proliferano le community e gli eventi su Facebook in merito).
Attenzione: il NaNo non è così facile come si potrebbe pensare. Si tratta di un esercizio di autodisciplina non indifferente, bisogna avere costanza per obbligarsi ogni santo giorno a scrivere 2500 parole per una sorta di gara in cui noi italiani partiamo già svantaggiati proprio per differenza linguistica. Gli anglofoni infatti godono di un vocabolario che contiene una miriade di parole composte solo da due lettere. Noi invece, come si dice a Milano, ci attacchiamo al tram e tiriamo.
Cosa succede però dopo aver finito il NaNo? Si parte con il lavoro di revisione, ovvero l’odiato editing. E magari, per marzo, avrete pronto il vostro lavoro da inviare a qualche casa editrice pronta a ripagare gli sforzi del duro lavoro della vostra fronte.
Come si affronta il NaNo? Come sopravvivere a 30 giorni di morte sociale e uscirne con un romanzo? Con costanza, disciplina e una stanza insonorizzata. Non ci sono trucchi, non ci sono riti vodoo che faranno dilatare il tempo a vostra disposizione, non ci sono gosthwriter disposti a fare il lavoro per voi.
  • Cercate di capire con almeno un paio di mesi di anticipo cosa vorreste scrivere;
  • Iniziate a definire la trama, buttando giù appunti e una scaletta di eventi;
  • Barate, scrivete il più possibile prima dell’inizio della competizione, tanto non se ne accorgerà nessuno;
  • Dite ai vostri amici che siete morti fino al primo dicembre, disticete tutti gli appuntamenti, non incontrate i colleghi per l’aperitivo dopo il lavoro, ignorate le telefonate della nonna;
  • Se la nonna è quella che talvolta vi finanzia, forse è il caso di rispondere;
  • Procuratevi una caffettiera da mettere vicino al computer (un bollitore se siete amanti del tè delle cinque);
  • Fate la spesa mensile con molti surgelati;
  • Impostate un ritmo di lavoro: il vostro scopo sono 2500 parole giornaliere, non strafate o il giorno dopo non avrete nessuna voglia di scrivere;
  • In questa fase la forma non è importante, dovete vomitare parole per alimentare il counter, gli infiocchettamenti verranno a dicembre insieme alla revisione (in ogni caso ricordatevi che non ci pensa l’editor, ci pensate voi).
Se poi andiamo a vedere, ogni mese è un NaNoWriMo. E se avete scelto la dura via dello scrittore, non avrete comunque una vita sociale. Insomma, non è cambiato niente (ma avrete prodotto molto, molto di più).

The Future Of Storytelling

The Future Of Storytelling è un corso di storytelling online completamente gratuito organizzato dall’Iversity.
Inutile dire che mi sono iscritta. Tra le altre cose è in inglese e sarà difficilissimo per me, ma è ora di smettere di nascondermi dietro un dito (o affogare in un centimetro d’acqua, sarebbe il caso di dire) e iniziare a capirci qualcosa con questa maledetta lingua d’Albione. Quindi quale maniera migliore di farlo se non con un’argomento a me affine?

50 sfumature di editoria

Lo so, è un titolo davvero imbecille, ma non ho potuto farne a meno.
Ci pensavo stamattina mentre guidavo in tangenziale e imprecavo perché la gente non sa guidare.

 

Tornando a noi: pensavo al porno. Al porno visto da dentro il mercato dell’editoria. Un mercato che vende, quello dell’erotico, un mercato che certe volte nasconde perle inaspettate. Qualcuno storcerà il naso, ma ritengo l’erotico un genere come un altro.
Alcuni invece no.
Di recente mi è capitato di incappare in casi umani persone che ti dicono “Ah sai, scrivo erotico” e poi giù a raccontarti le loro gesta BDSM come sub di una qualche misteriosa padrona che mai in vita vostra avrete l’onore di conoscere.
Oppure lo capisci già un po’ dal loro abbigliamento se sono donne, questa inesauribile tendenza a vestirsi da tigre del ribaltabile nonostante l’età sia più da Sciura Mariuccia che altro. Oppure giovani con la minigonna giropassera e il pizzo dell’autoreggente in vista, cose che se le faccio io o mi viene la colite o mi chiedono quanto faccio all’ora.
Una sola cosa ho capito: nei loro testi saranno riflesse le loro fantasie più perverse o la storia della loro vita sessuale, con dettagli al limite dell’imbarazzante che ti fanno un po’ chiedere perché cazzo hai deciso di fare questo mestiere.
Sono poi tutti testi di genere contemporaneo, senza una reale trama a reggere tutto l’impianto. Insomma, sono quelle storie che, non appena le vedo, finiscono nella cartella RIFIUTATI.
Eppure vendono, come mai?

Creative Writing

 

Il mio computer non funziona.
Quindi che faccio? Mi diverto con l’iPad ed esploro tutto ciò che fa parte della categoria SCRITTURA dell’App Store. E ho trovato Haiku Deck, un eccellente programmino in grado di creare presentazioni, fornendo temi e immagini.

Da lì ho deciso di farne uno per la scrittura creativa. Sono idee random, forse trite e ritrite, ma in ogni caso attuali. Guardatelo qui: LINK.

 

 

[Scuola di scrittura] Scrivere un racconto erotico

A chi non è mai capitato di sentirsi in imbarazzo parlando di erotismo? E non tanto per il concetto in sé, quanto per le reazioni provocate in chi ascolta. È un dato statistico: se dite “erotismo” davanti a un gruppo di persone, fossero anche compagni di scuola o amici che vi conoscono da sempre, non scamperete a risatine e versacci di apprezzamento.
Eppure l’erotico è un genere. Letterario, cinematografico, pittorico e quant’altro, comunque un genere dotato di una sua dignità. Punto fondamentale: non c’è niente di sconcio che andrebbe nascosto!
Proviamo a pensare a un particolare che sicuramente a tutti sarà capitato di vedere: si gira tra decine di siti internet ogni giorno, di solito infestati da banner e spam, e la maggior parte di queste pubblicità sbandiera a destra e a manca un esercito di donnine allegre pronte a sbattere in faccia le loro grazie all’ignaro utente. Magari anche con il supporto di una .gif per dare quel tocco di realismo in più (e attirare meglio l’attenzione).
Difficilmente troveremo sguardi magnetici e veli misteriosi. Risultato? Pornografia 98%, erotismo 2%. Corollario? Associate le stesse percentuali alla reazione di vostri ipotetici ascoltatori o lettori.
Questo discorso, certo, nasce in ambito visuale. Come si fa quindi a scrivere un racconto che rientri nella ristretta percentuale sopra citata, e come si fa a non essere etichettati come maniaci pervertiti ogni volta che se ne fa parola? È presto detto.

Un racconto pornografico segue alcuni punti comuni:

- Assenza di trama, perché quello che conta è l’atto sessuale fine a se stesso, spesso anche meccanico o stereotipato;
- Linguaggio crudo e grossolano, da scaricatori di porto, con un’ostentazione sempre un passo oltre l’eccesso delle parti anatomiche nei loro sinonimi più grezzi;
- Scarsità di dialoghi, ridotti a gemiti e mugolii inarticolati, proprio come in un film porno;
- Brevità della storia, perché diciamocelo, mantenere per molte pagine un registro di questo tipo porterebbe all’esasperazione tanto l’autore quanto il fruitore.

Il racconto erotico, pur conservando le connotazioni sessuali, si muove su binari opposti rispetto al pornografico:

- È una storia coerente e articolata, con più ambienti e più personaggi psicologicamente elaborati, parti riflessive e interi capitoli di passaggio.
- Anche oltre l’ambito dello stile dell’autore, il racconto erotico non dovrebbe mai essere volgare: è fatto di allusioni, sensazioni, perifrasi (da Wikipedia: «detta anche comunemente “giro di parole” e consiste nell’utilizzare, anziché il termine proprio, una sequenza di parole per descrivere una persona o una cosa.»). Lascia intendere ma non ostenta, fa leva sull’immaginazione del lettore e, soprattutto, richiede una maggiore padronanza della lingua italiana.
- I dialoghi sono una parte importante: senza un’interazione verbale tra i personaggi ci si priverebbe sia di un valido strumento per conferire veridicità alla storia, sia di qualche utile punto di distacco dal pornografico.
- La maggiore accuratezza del genere implica anche una maggiore lunghezza della storia: è fondamentale saper descrivere e mantenere il giusto mezzo tra le varie sequenze narrative. È un lavoro di alchimia che richiede pratica e pazienza, un gioco di tende e veli che ha del teatrale e che dovrebbe sempre mantenere qualcosa accessibile solo all’immaginazione del lettore.

Alcuni esempi pratici: sono fiero di avere avuto a che fare con autori in grado di bilanciare alla perfezione l’impianto narrativo, talvolta anche documentandosi prima di scrivere, in modo da evitare punti approssimati o frettolosi nell’insieme della storia. Le scene più marcatamente erotiche, in questo caso, facevano venire i brividi: leggendo ci si ritrovava incatenati alla trama, ma mai infastiditi da un linguaggio troppo pesante. Viceversa, mi è capitato di dovere editare autori che a un certo punto se ne uscivano con frasi come “cominciai a leccarle la f*ga”: sarò anche un maniaco professionista e non mi scandalizzo facilmente, ma per farla breve, una scena del genere fa schifo. Nel racconto finale, le espressioni di quel tipo sono fortunatamente rimaste come “assaporai la sua intimità”: meno parole, nessun termine da zotico, più raffinatezza e una lettura più allusiva.
Naturalmente, se il fine giustifica i mezzi non è vietata la commistione di generi; però è più facile trovare tratti pornografici nell’erotico piuttosto che viceversa. L’importante, come per qualsiasi altro genere, rimane il primo comandamento di chi vuole darsi alla scrittura creativa: sapere l’italiano, e saperlo bene!

[Scuola di scrittura] Dark Room

Dark Room, che a me richiama un po’ il mese horror-gotico e che a Ewan invece ricorda il retro delle discoteche, è un programmino virus-free che sta impazzando ultimamente in redazione.

Trattasi nient’altro di un programma di videoscrittura, persino povero esteticamente, ma che promette due cose:

1) Farvi scrivere come Matrix

2) Chiudere fuori QUALUNQUE distrazione possibile e immaginabile dal vostro pc mentre scrivete.

Come è possibile? Dark Room infatti viene lanciato a schermo intero, disattivando notifiche del computer e soprattutto la finestra del vostro browser, con Facebook, Twitter e Farmville che vi aspettano per distogliere la vostra attenzione durante la vostra occupazione principale: scrivere.

Noi di Scritty lo abbiamo scaricato per voi: i risultati sono stati sorprendenti e incredibilmente nessuno ha procrastinato. Si narra addirittura che Ewan sia riuscito a scrivere ben 2100 parole tutte di colpo, un vero record!

Storie d’amore: odi et poco amo

Esempio di scrittore di polizieschi d’amore appena uscito dall’accademia di Amici.

Un po’ di sano rant tanto per inaugurare la fine dell’estate e l’inizio di questo settembre che per Scrittevolmente potrebbe significare molto.
Sto scrivendo questo articolo un po’ per sfogo, e anche perché sento di doverlo dire: basta con le storie d’amore dove non servono a un piffero. Sul serio.
Sono stanca, ne ho le tasche piene di leggere un giallo, un thriller, un fantasy, uno young adult, uno storico, un qualsiasi fottutissimo romanzo, e ritrovarmi tra capo e collo una storia d’amore che non c’entra una beata mazza col resto della trama, perché ammettiamolo: la stragrande maggioranza degli autori e delle autrici inserisce l’elemento amore solo per attirare un pubblico femminile alla ricerca della soddisfazione emotiva personale. Beh, io non sono così frustrata da cercarla in ogni dove, tantomeno in un romanzo dove squartano le persone e mi piacerebbe che l’attenzione sia volta alle indagini, non al detective che perde la testa per la fanciulla/inquirente di turno.

Sia chiaro, facciamo qualche precisazione.
Quando la storia d’amore è il perno del romanzo allora è accettabile, perché ovviamente è intorno alla relazione dei protagonisti che si intreccia l’intera trama, e da lì si possono sviluppare mille variabili che, se l’autore è bravo, si rivelano imprevedibili e possono rendere il romanzo un vero capolavoro che toglie il fiato e che spinge a leggerlo avidamente pagina dopo pagina.
Altresì una storia d’amore si rivela perfetta quando è realistica.

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Editoria: come funziona e come orientarsi

Avete scritto un libro. Bravi! vi starete dicendo, la realtà è che dovreste iniziare a dire poveri voi.

Quali giovini pulzelli che hanno appena finito il loro matton-high-epic-paranormal-horror fantasy di milleduecento pagine suddiviso in tetralogia, sarete smaniosi di contattare una casa editrice per proporne la pubblicazione, senza sapere che i guai sono appena iniziati.

 

Gli editori e le loro tipologie

Esistono tre tipi di editori: quelli che non fanno pagare, quelli che fanno pagare e quelli che non si capisce bene cosa facciano, ma che quasi sicuramente vi chiederanno un contributo sulla pubblicazione della vostra raccolta di sillogie d’amore (e a ben vedere, oserei aggiungere).

A loro volta questi tre gruppi si dividono ulteriolmente in piccoli, medi e grandi editori, divisione che serve sostanzialmente a indicare quanti soldi ha la casa editrice e quanto in là del circolo sotto casa può andare per proporre le proprie opere letterarie.

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Gli errori da evitare, by Chillercuin

  • I puntini di sospensione sono sempre tre. Mai due, mai quattro. Tre non è solo il numero perfetto, in questo caso è anche l’unico numero corretto.
  • Po’ non si scrive pò. Ho anche dovuto lottare con il correttore automatico per scriverlo con l’accento, quindi se riesci a sbagliarlo lo stesso sei proprio scemo. Po’ è il troncamento di poco, pò invece non vuol dire una mazza.
  • Si scrive perché, non perchè. Vedi quel simpatico trattino sopra l’ultima lettera? Si chiama accento, esistono gravi e acuti. Quello acuto sta in “perché”, quello grave sta in “caffè”.
  • Le “d” eufoniche sono segno di pressapochismo. Scrivere “ed io” o “ad Ester” non è un errore, fa solo schifo. È giusto lasciare la “d” se dopo c’è una parola che comincia con la stessa vocale, per esempio “ad andare” è giusto.
  • È credenza comune che gli avverbi non costino nulla. Sbagliato: se lo sfortunato editor che dovrà mettere mano al tuo capolavoro dovesse essere particolarmente pignolo, potrebbe costarti la vita.
  • Si scrive “lui fa”, senza accento né apostrofo, e “fa’ quello che ti dico”. “Fà” è un errore e fa ribrezzo.
  • “È” è corretto, “E’” no. Sono la prima a scrivere con l’apostrofo su Facebook, ma su Word no. Capisco che Alt+0200 sia un casino, io per esempio ho un notebook ed è ancora più complesso, però la correzione automatica di Word può venire in vostro aiuto.

Inviare un racconto

La nostra Livin Derevel aveva già fatto un post con ottimi consigli su come inviare un romanzo a una casa editrice.

Ora io oggi vorrei parlarvi di come inviare un racconto, che sia a una casa editrice, a un curatore di collana o a un concorso letterario (sì, anche i nostri, che male non fa).

Una cosa che principalmente ho notato proprio con i testi che arrivano ai nostri concorsi, è che la maggior parte delle persone non ha la più pallida idea di come presentare a livello pratico un testo. Racconti con titoli del file improbabili, alfanumerici e per la maggior parte delle volte incomprensibili; formattazioni ardite, colori e font ai limiti della realtà.

Ora voglio spiegarvi come si crea un bel testo a livello estetico e pratico alla lettura.

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[Scuola di scrittura] Scrivere un racconto – parte 1 – L’idea

Scrivere è un’attività in cui molti si dilettano, sia per piacere personale, sia per lavoro.

La realtà è scrivere è difficile e molti si affacciano a questa attività pensando l’esatto contrario e producendo obbrobri utili solo al cestino della carta straccia.

Da cosa nasce questo desiderio del fornire consigli su come scrivere un racconto? Semplice: dagli snervamenti che noi di Scrittevolmente abbiamo uniti ai tracolli quando leggiamo buona parte dei testi che ci vengono inviati ai concorsi letterari, oltre che a una buona dose di manoscritti che riceviamo per questioni più o meno personali/lavorative.

In questa prima parte vedremo come affrontare il tema del RACCONTO BREVE, ovvero testi che vanno dai 10.000 ai 60.000 caratteri e si concludono fine a sé stessi. Tema preponderante di questo capitolo sarà l’IDEA, quindi se davvero vale la pena di imbarcarvi in ciò che state per fare.

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Verbi transitivi e intransitivi

  • Molti verbi italiani possono essere usati sia in modo transitivo (cioè con un oggetto diretto) che in modo intransitivo (senza oggetto diretto). -> “Ieri finalmente ho finito il libro (oggetto diretto) di Twain.” “Quando la festa è finita siamo andati a casa (oggetto indiretto).”
  • Questi verbi richiedono generalmente l’ausiliare avere quando sono usati in modo transitivo e l’ausiliare essere quando sono usati in modo intransitivo -> Ho sceso le scale (oggetto diretto) tre alla volta per non ritardare.” “Sono sceso di corsa (oggetto indiretto) per non ritardare.”

Tempi verbali – Il passato – Parte 2

Continuiamo la nostra lezione sui tempi verbali: il passato. Continuazione dalla seconda parte.

L’IMPERFETTO INDICATIVO

L’imperfetto è certamente il tempo/modo più ricco di possibilità nel sistema verbale italiano. Per quanto riguarda il suo utilizzo per parlare del passato si elencano questi casi:

  • Descrizioni di azioni o fatti senza margini temporali rilevanti. -> Era una bella giornata.”
  • Descrizione di sentimenti. -> Aveva paura di essere scoperto.”
  • Descrizione di abitudini. -> Si vestiva solo di nero.”
  • Descrizione di caratteristiche fisiche e psicologiche. -> Era basso, aveva gli occhi verdi.”
  • Ripetizioni. -> “Da ragazza andavo al cinema tutte le domeniche.”
  • Nella narrazione di un sogno. -> Andavamo in montagna e salivo su una vetta.”
  • Per esprimere fantasia (nei giochi dei bambini”. -> “Facciamo che io ero un soldato e tu eri una spia.”
  • Per esprimere qualcosa che poteva accadere, ma che non è accaduto. -> “Quasi morivo di paura.”
  • Per esprimere un’ipotesi e la conseguenza di un’ipotesi irrealizzata e irrealizzabile. -> “Se lo sapevo te lo dicevo.”
  • Nel discorso indiretto introdotto da un passato. -> “Ha detto che lavorava in una fabbrica.”
  • In una narrazione in stile “verbale di polizia”. -> “Il sospettato rientrava in casa alle ore 20.”
  • In una narrazione in stile “poetico” e lontano dalla realtà. -> “Il re nasceva in una fredda giornata autunnale.”
  • Per riferirsi a un momento che ha uno stretto collegamento con suo passato e col suo futuro (effetto fotogramma di film). -> “Nel 1988 era papa Giovanni Paolo II.”
  • Al posto del condizionale composto per esprimere un’azione successiva al un’altra passata (proprio di un parlato informale). -> “Giorni fa mi ha detto che veniva (sarebbe venuto).”

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Tempi verbali – Il passato – Parte 1

Quello che è avvenuto nel passato si esprime in italiano in molti modi diversi:

IL PASSATO PROSSIMO E IL PASSATO REMOTO INDICATIVO

Il passato prossimo e il passato remoto sono due tempo che espimono, dal punto di vista temporale, lo stesso senso: un’azione fatta e conclusa nel passato.

  • Il passato remoto rispetto al passato prossimo, ha la caratteristica di essere più utilizzato nella lingua scritta. Per quanto riguarda il parlato la sua diffusione è più accentuata nel Sud Italia, scarsa nel Centro (a parte la Toscana) e praticamente inesistente nel Nord. -> “Sara andò al supermercato.” “Tizio incontrò Caio.” “Magda si innamorò di Luigi a prima vista.”
  • Il passato prossimo, che si può comodamente usare per parlare di un avvenimento successo qualche giorno prima sia di un avvenimento successo miliardi di anni fa, rende il racconto più “informativo”, collegato alla realtà presente. -> “Sara è andata nel bosco.” “Tizio ha incontrato Caio.” “Magda si è innamorata di Luigi a prima vista.”

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Tempi verbali – Il presente – parte 2

Parte due del tempo presente:

IL CONDIZIONALE SEMPLICE

Quello che succede nel presente può essere espresso con il condizionale semplice in questi casi:

  • Quando si tratta di un desiderio non ancora realizzato -> Andrei in vacanza.” “Mi piacerebbe fare qualcosa.” “Tu faresti questo per me?”
  • Quando si deve attenuare una richiesta o si vuole renderla più cortese -> Vorrei un caffè.” “Sarebbe così gentile da aprirmi la porta?”
  • Quando si dà un consiglio -> “Dovresti ripensare a quello che hai fatto.”
  • Quando si vuole attenuare un’affermazione -> “Non mi comporterei così al posto tuo!” “Sarebbe ora di andare.” “Direi che questo è tutto.”
  • Per esprimere la conseguenza di una ipotesi teoricamente possibile -> “Tu mangeresti anche un elefante, se ti si parasse davanti.”
  • Per riferire una notizia non verificata personalmente (uso giornalistico) -> “Quel ministro sarebbe corrotto.” “Questa legge modificherebbe in meglio la qualità della vita nel nostro paese.”

L’IMPERFETTO INDICATIVO

  • Una richiesta con il verbo volere può essere attenuata sia dall’uso del condizionale (vorrei) sia dall’uso dell’imperfetto indicativo (volevo). -> Vorrei dirti una cosa.” “Volevo dirti una cosa.” “Vorrei parlare un momento con te.”
  • L’imperfetto indicativo ha valore temporalmente “presente” anche in alcune forme ipotetiche -> “Se ero arrabbiato non stavo certo qui a parlare con te!”

IL CONDIZIONALE COMPOSTO

  • Il condizionale composto indica un desiderio assolutamente irrealizzabile -> “Adesso avrei proprio mangiato qualcosa, ma vedo che il frigo è vuoto.” “Avrei guardato il film che inizia ora, ma la mia tv è rotta.”