Blog vs. Casa Editrice – Cause legali e altre amenità

Oggi c’è stato un vero e proprio boom di articoli sulla questione del misterioso blog condannato da una casa editrice. Di seguito le fonti:

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Il blog in questione è il Writer’s Dream e la casa editrice non la diciamo perché metti mai che denuncino anche noi per aver pronunciato il loro nome.

Questo post non vuole essere l’ennesimo che parla dell’accaduto, avendo Scrittevolmente con il WD rapporti un po’ tesi.

Quello che vuole essere è niente più che un sostegno. Ho esaminato la cosa sotto tutti i punti di vista e ci ho visto l’ingiustizia palese. Nessuno dovrebbe pagare per azioni compiute da un altro – altro per altro anonimo e rimasto tale, sfuggito dalla rete insieme alle sue responsabilità. Trovo assai ridicolo tutto l’impianto della faccenda.

Poi vorrei correggere un’inesattezza degli articoli in questione: quando Linda ha aperto Writer’s Dream, non aveva 18 anni. Ne aveva 16. Era minorenne.

Detto questo: non me la sto ridendo per quello che è accaduto. Sono anzi profondamente rammaricata e offesa, perché per quanto possa aver troncato ogni partecipazione a Writer’s Dream, è da lì che è nato questo blog e tutta la mia passione per l’editoria. Questi i miei two cents, nella speranza che in appello la situazione possa cambiare.

 

Letteratura erotica? Roba da ragazze

Udite udite, è stata bandita una nuova selezione per Delos Digital, branca di Delos Books. Si tratta di una collana di racconti erotici al femminile, sulla scia delle Cinquanta Sfumature.

Cito dal forum della WMI:

“Si tratterà di una collana di racconti erotici al femminile, scritti da donne per le donne. Ovvero racconti erotici in cui le sfumature dell’amore e dell’eros sono fittamente intrecciate, come solo le donne sanno scrivere (e qualche uomo, è vero, ma le lettrici diffidano di storie del genere scritte dagli uomini, e gli pseudonimi lasciano il tempo che trovano, perché facilmente “sgamabili”. Preferiamo quindi donne vere, come autrici).”

“Raccomandiamo di esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni, oltre che le proprie pulsioni e fantasie, sfruttando rigorosamente protagoniste femminili.”

Quindi, al bando i racconti M/M, sebbene ci siano moltissime lettrici che adorano la letteratura erotica di questo tipo. Ma non voglio concentrarmi su questo.

Un utente scrive:

“Premetto che questo non è un genere che leggo e nemmeno che scrivo, però mi permetto di dire quanto segue:
sembra strana come iniziativa volta solo al femminile, in un tempo e in una società che sta cercando di andare verso la parificazione dei sessi. Sicuramente ci sono tutti i numeri dalla vostra che lo dimostrano, ma perché precludere questa possibilità anche ai maschi? Se aveste messo in campo una iniziativa volta solo ai maschi, qualche ragazza non sarebbe forse insorta? In questo caso io sono quella ragazza e dico che gli uomini devono avere tutti i diritti delle donne! :D
Tanto la decisione ultima è vostra, ma non deve essere sempre la storia ad essere giudicata e non chi la scrive? :D

E gli viene risposto dallo staff:

“Banalmente perché l’erotismo scritto al maschile è molto diverso e le donne non lo leggono. E dato che il pubblico ormai è fortemente femminile, vogliamo impostare questa collana così. E’ una collana, ce ne sono e ce ne saranno tante altre, fra cui una dedicata quasi esclusivamente agli autori uomini, quindi non ha senso mettersi a polemizzare. Ognuno cerchi la sua strada negli ambiti adatti. :D

Ebbene, sono davvero sconvolta e pure offesa. Sono convinta che sia una visione retrograda: perché non dovrebbero esistere uomini bravi a coniugare sentimenti ed erotismo? “L’erotismo scritto al maschile è molto diverso e le donne non lo leggono”, dicono. Certo, perché si sa, no? Le donne sono brave a scrivere di ammore e sentimenti, gli uomini invece vanno forte quando si tratta di esplosioni e astronavi. Sono proprio curiosa di sapere quale sarà l’altra collana dedicata quasi solo ai maschi.

Trovo avvilente avere il diritto di partecipare a una selezione solo perché ho due cromosomi X.

“Ognuno cerchi la sua strada negli ambiti adatti”, dicono. Quindi io ho sbagliato tutto, scrivendo perlopiù fantascienza. Stupida io, dovevo capirlo che in quanto vaginomunita sarei stata più adatta a scrivere storie piene zeppe di sentimenti.

Nel 2013 c’è ancora gente che crede che alcuni generi siano riservati a un sesso o all’altro e ciò mi avvilisce parecchio.

Passo e chiudo.

I supereconomici Newton – Impressioni a caldo

 

Postammo tempo fa sulla nostra pagina Facebook la foto dello scaffale della Newton Compton che presto avrebbe invaso supermercati e librerie. Oggi, mentre mi facevo allegramente i fatti miei alla ricerca di un tramezzino, sono entrata alla Coop e me lo sono trovato davanti, ancora intonso (probabilmente messo oggi).

Li ho sfogliati (mannaggia a me), li ho toccati e grazie al cielo non li ho annusati perché la polvere di carta che lasciano addosso si disperde nell’aria e non avevo voglia di diventare prematuramente cocainomane.

 

L’elenco dei testi:

- Jane Austen, Lay Susan
- Edgar Allan Poe, Racconti del terrore
- Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche
- Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby
- William Shakespeare, Amleto
- Irène Némirovsky, Il ballo
- Luccio Anneo Seneca, L’arte di essere felici
- Sigmund Freud, Il sogno e la sua interpretazione
- Sun Tzu, L’arte della guerra
- Marcello Simoni, I sotterranei della cattedrale
- Andrea Frediani, Il tiranno di Roma
- Lisa Jane Smith, Il diario del vampiro. Il risveglio

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[Vita Universitaria] Editoria NON applicata

C’era una volta la ricerca della perfezione. Secoli fa, quando i libri erano gioielli che andavano curati in ogni particolare, tutto era geometrico e proporzionato, volto alla ricerca del bello assoluto, tant’è che la pagina aveva precisi canoni per essere impostata: dalla sezione aurea, quintessenza dell’armonia fin dall’antichità, ai moduli, alla sperimentazione nel rispetto del bilanciamento di ogni elemento, spazio bianco compreso.
In tipografia, con l’uso dei caratteri mobili, anche lo spazio tra le lettere e tra le righe doveva rispondere a proporzioni assolute; tant’è che l’unità di misura non può più essere il millimetro: ecco allora che si usa il punto tipografico, 0,376 mm, che triplica la precisione.
Costruire un testo scritto, in origine, era un sublime gioco di architettura, poesia e arte. Un connubio di discipline diametralmente diverse tra loro, eppure inscindibili e destinate a un intreccio dai mirabili risultati.
Poi sono arrivati il digitale, i primi softwares, e la storia che tutti conosciamo. Dal progresso all’eccesso, chiunque sia in possesso di un programma adeguato può creare qualsiasi tipo di prodotto editoriale, anche senza un’adeguata preparazione. E i risultati si vedono, eccome, se si vedono.

Uno dei millemila esempi. Si commenta da sé.

Uno dei millemila esempi. Si commenta da sé.

Giustappunto, uno studente che sceglie Editoria come università si aspetta un corso… di editoria, no? Qualcosa che sappia preparare al mondo del testo scritto, alle case editrici, alla progettazione di un libro e quant’altro.
Dove sto studiando io, le brutte sorprese sono cominciate immediatamente.

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Andatevene tutti affanblog

Il post che segue fa riferimento a quello di oggi di Queenseptienna, se ancora non l’avete fatto, andatevelo a leggere per il contesto. Inoltre contiene turpiloquio. Come è giusto che sia, giacché, per parafrasare Funari, se uno è coglione non gli puoi dire stupidino, gli devi dire coglione.Inoltre, ho scoperto dell’iniziativa menzionata nel post solo a posteriori e qualora ne fossi stato a conoscenza non ne avrei preso parte perché il libro non rientra nel mio genere.

La posso dire una cosa, blogger italiani? Una cosa soltanto. Andatevene affanculo.

Sul serio. Tutti. In massa. Senza voltarsi indietro. Io incluso.

Primo perché abbiamo perso un’occasione per ottenere dei dati statistici su un fenomeno che esiste e blogger ed editori lo sanno benissimo. Sappiamo per dato di fatto, ad esempio, che i lettori forti, pur essendo una pallida minoranza della popolazione, sono quelli che comprano più libri. E sappiamo anche che i lettori forti spesso e volentieri bazzicano blog letterari e non di rado grazie a essi scoprono libri da acquistare – o da evitare. Tuttavia il “potere di leva” dei blog non è un fenomeno facilmente quantificabile.

Accidenti, se solo ci fosse un modo per quantificare dei fenomeni complessi… oh, wait, esiste e si chiama ricerca sociale.

Si riduce un fenomeno a degli indici semplici, ad esempio il fenomeno “potere di leva dei blog letterari”, e lo si inferisce dalla variazione dei dati di vendita di un libro prima e dopo una copertura dei sopracitati blogger. Non ci vuole un genio. Causa ed effetto, bambini, non scienziati nazisti cattivi e cavie da laboratorio, come qualche mente illuminata ha scritto. Tra l’altro se chi si occupa di ricerca sociale ragionasse (nel senso lato del termine, quello che prevede l’assenza di ragione nell’atto del ragionare), a oggi non avremmo, perché sarebbero state considerate manipolazioni, dati in grado di quantificare fenomeni come il razzismo, la xenofobia, le differenze di genere e così via.

Il che mi porta al motivo numero due perché i blogger italiani dovrebbero andarsene in massa a fare in culo e non tornare mai più.

Ogni giorno leggo un determinato blog di cui non farò il nome. La persona che lo cura ha la tendenza a piangersi addosso e raccontare ogni tre per due la storiella del blogger paria sociale incompreso in un’Italia brutta e cattiva che lo ignora perché, appunto, blogger. A parte la quotidiana frecciata passivo-aggressiva il blog non fa schifo, e anzi ho seguito più di una volta i suoi consigli in ambito letterario.

Esecrabile o meno, quel blogger è lo specchio perfetto del tipico blogger italiano. Uno o una a cui piace lamentarsi ma a cui manca la voglia, il coraggio o la capacità di cambiare le cose. Perché quello che mi è arrivato leggendo di questo esperimento sociale è che il blogger italiano sta bene nel suo cantuccio di mondo, magari facendosi arrivare i libri (rigorosamente cartacei) dalle case editrici con cui collabora e recensendo gli amyketti. Il blogger medio italiano non vuole sapere realmente quanto vale in termini di influenza sulle vendite, perché altrimenti questo implicherebbe un ripensare il proprio ruolo o – Cthulhu ce ne scampi – addirittura una riflessione fondamentale sul concetto stesso di literary blogging.

Poi può darsi che ci sia stato un misunderstanding, ma in realtà non c’è scusa all’avere voltato le spalle alla possibilità di sapere quanto veramente pesiamo noi blogger letterari sul mercato editoriale – peso di cui, senza dubbio, si sarebbe potuto fare buon uso in un mercato allo sfascio come quello su cui blogghiamo.

Caro Psic #1

Con questo post vogliamo inaugurare la nuova rubrica Caro Psic, una sorta di letterina dallo staff agli utOnti.

Avete capito bene. Saremo noi a sfogarci per i nostri problemi scrittevoli e vi garantiamo una sana dose di risate!

 

 

Capita che spesso Scrittevolmente venga scambiato per molte cose: un ricovero per malati mentali, un sito porno, una riserva indiana, ma mai in nessun caso viene scambiato per un blog letterario, che poi è quello che è. La maggior parte delle volte però, quando non cercano incesti fra nonne nipoti, i naviganti ci scambiano per una casa editrice e a nulla valgono le nostre giustificazioni. Agli occhi del mondo siamo una casa editrice.

Capita dunque di essere inseriti in mailing list e di ricevere decine di richieste di pubblicazione, a cui puntualmente non rispondiamo (l’ultima volta che ci abbiamo provato è stata una pioggia di insulti), ma poi arriva un giorno. QUEL GIORNO. Quell’istante in cui tutte le convinzioni crollano e ridi in maniera pietosa di fronte allo scrittore medio italiano.

Quella che segue è la nostra risposta:

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Random blogger

Evoluto esemplare di Random blogger

Sottotitolo: tutta quella gente che mette su un blog letterario, recensisce due fantasy in croce e si sente in dovere di pretendere mari e monti da autori e case editrici.

 

Oh, un bell’articolo flammoso per movimentare un po’ quest’inverno freddo freddo.
Come da titolo (e da sottotitolo), il tema è chiaro: si parla di quei blogger che aprono millemila account .blogspot, Facebook, wordpress e via dicendo, che lo fregiano del titolo di “blog letterario” adducendo il fatto di aver recensito l’ultimo libro di Dorotea de Spirito (che Illior ce ne scampi) oppure un romanzo di Stephen King, perché lui fa sempre figo (ma spesso fa anche di voi dei poser, ricordatevelo, bambini).

Anche Scrittevolmente è un blog letterario, quindi dovremmo essere gli ultimi a parlare, no? Ovviamente no.
Scrittevolmente intanto è mandato avanti da una dozzina di over 20 – e non da adolescenti che si vantano di passare tutto il giorno a leggere libri quando in realtà non hanno uno straccio di amico che sia uno – che hanno alle spalle un buonissimo numero di letture.
Letture che spaziano dal fantasy al thriller, dal giallo al dramma, dall’horror alla narrativa non di genere, insomma, è ovvio che ognuno di noi ha un genere preferito, ma i nostri occhi hanno visionato ogni tipo di libro, perché ci piace stare al passo coi tempi e inoltre leggere tanto e diversificato è il miglior modo per farsi una cultura e in futuro avere un metro di giudizio su cui basare la qualità di ciò che ci capiterà sotto mano.
Scrittevolmente, come tutti gli altri blog, non è una testata giornalistica, quindi non ha cadenza obbligatoriamente periodica, non è iscritto a nessun albo, niente di niente. Però ci piace essere seri, questo sì, soprattutto per quanto riguarda le recensioni che sono il nostro punto di forza.

Come scritto QUI, accettiamo qualsiasi titolo ci venga inviato da singoli autori, da uffici stampa e da case editrici, purché non a pagamento, quindi ben vengano anche auto-pubblicati, graphic novel, fumetti e via dicendo; la nostra politica è chiara, cristallina: se non hai pagato per pubblicare, ci puoi mandare quello che ti pare e come ti pare (poi se la recensione è negativa ti attacchi al tram, ma questa è un’altra storia).

Da cosa nasce questa mini-polemica?
Nasce dal fatto che noi, essendo a nostra volta un blog e collaborando con diverse case editrici, ci siamo ritrovati a dover avere a che fare con alcuni di questi random blogger. Abbiamo spulciato nei loro siti, letto le loro condizioni, letto le loro recensioni, come si pongono nei confronti degli utenti e di chi potrebbe usufruire di loro.
Credetemi, è una tristezza immensa.
Ma procediamo per punti:

#icinquelibripiùbellicheholetto – Cose strane da Twitter

#icinquelibripiùbellicheholetto “Bimbeminkia che non hanno idea di cosa sia un libro”, ed. Twitter 2012

E’ con questo tweet di Ewan che apriamo il nostro post. Breve e incisivo come sempre, il nostro Sociopatico ha espresso con meno di 140 caratteri l’orrore che si cela dietro al popolo italico in fatto di letteratura.

Citerò i cinguettii più pregnanti, dopo di che vi rimando all’apposito storify.

 

leggere non è nel mio vocabolario, io e i libri non andiamo molto d’accordo.

Piccole perle come queste sono solo l’inizio. Gente che non legge, che si vanta di non saper leggere.

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#MilanoBookFair – La fiera della fuffa

Si è tenuta in questi giorni la Milano Book Fair, la prima fiera del libro di Milano, amorevolmente soprannominata “Fiera della fuffa”, un po’ perché è organizzata da un editore a pagamento (MJM), un po’ perché la maggior parte degli editori erano a pagamento, un po’ perché sono stati listati editori NON presenti in fiera e poi anche un po’ perché alla fine è un aborto in partenza.

Questo evento è il figlio storpio di una cultura tutta italiana come quella dell’editoria a pagamento, che oltre a spillare soldi agli esordienti e intasando il mercato di libri inutili, ha organizzato una fiera praticamente a uso e consumo di chi dell’EAP ha fatto la propria bandiera. Non è un caso che a organizzare il tutto sia proprio un EAP, la MJM Editore, che come potete ammirare nell’esplicativa immagine sottostante, ha avuto la grandiosa idea di VENDERE I CATALOGHI DELLA FIERA A 5 EURO.

La MJM ha anche la faccia tosta di vendere i cataloghi della fiera a 5 euro.

Ma parliamo di come è stata questa Book Fair. Io e Monique Scisci (con suo marito) siamo arrivate a parco fiera di Novegro (per chi non lo sapesse è un posto in culo al mondo dalle parti di San Donato Milanese, irraggiungibile con qualunque mezzo pubblico) trovando si e non una quarantina di macchine nel parcheggio e santo cielo, è sabato mattina, dovrebbero esserci fiumi di persone.

Pagati i 6 euro di ingresso, scopriamo che l’interno della fiera e ancora più desolato del parcheggio, sia in termini di pubblico presente, sia come editori. Perché sì, a parte gli ormai famosi editori listati e non presenti (La Corte e Miraggi), scopriamo che della lista sul sito, la presenza degli editori è a dir poco… misera. Solo mezzo il padiglione riempito, giusto una trentina gli stand presenti.

Sui volti dei pochissimi editori VERI presenti solo la sconsolazione e presumiamo anche la rabbia di aver pagato a peso d’oro il posto per una fiera che non avrà certamente un ritorno economico (perché non credo che domani e lunedì mezza Milano si riversì là dentro).

Vi lasciamo con il video che abbiamo registrato, dove io e Monique parliamo delle nostre impressioni di questa “fiera della fuffa”. Un ringraziamento speciale a chi ci ha seguiti in diretta su Facebook e Twitter :)

 

Salviamo FNAC

SALVIAMO FNAC

di Daze

 

Quasi un anno è passato da quando i dipendenti Fnac si sono sentiti dire che per motivi di restyling aziendale, il gruppo PPR – che gestisce la Fnac – avrebbe preso in considerazione l’idea di chiudere i punti vendita Fnac italiani.

Un anno è passato tra procrastinazioni e silenzi da parte del direttivo, ma non da parte dei dipendenti che si sono subito mossi per far sentire la propria voce.

Si, perché se Fnac Italia chiude, 600 saranno le persone che rimarranno senza lavoro, famiglie intere.

Per questo da settembre, sono cominciati i sit-in da Milano a Napoli, da Firenze a Torino.

Un urlo e uno solo: Salviamo Fnac. Salviamo i diritti dei lavoratori, diamo loro la dignità che meritano, che Pinault si decida e non lasci delle persone che hanno sempre fatto gli interessi dell’azienda senza risposte.

Fnac oltre ad essere un negozio è un centro culturale ed è per questo che si distingue da tutti gli altri multistore. Vogliamo spegnere un’altra scintilla di cultura, proprio nel momento in cui se ne ha più bisogno?

Oggi tutti i punti vendita italiani sono chiusi per uno sciopero pacifico. I lavoratori saranno davanti alle vetrine con le saracinesche tirate giù per dare spiegazione al loro gesto. Ascoltateli, parlatene in giro, non rimaniamo in silenzio.

Sostenete la causa Facebook (https://www.facebook.com/salviamofnac)

Fate come loro

Firmate la petizione (http://firmiamo.it/salviamo-fnac)

e ascoltate le sue parole.

Paola Boni e Daze manifestano insieme ai lavoratori di FNAC di Torino.

Manifestanti

Il video registrato da Viewtiful Max, dipendente della FNAC di Torino:

Diamo all’autore quel che è dell’autore

La vostra Chillercuin ha un debole per gli articoli incazzosi, ma questa volta parlerò di un argomento piuttosto serio. Conoscete il racconto “Regina Grammatica”? Ha fatto il giro di Facebook, è stato condiviso da migliaia di utenti. È un racconto davvero simpatico, se non lo conoscete leggetelo, potete trovarlo a questo link.
Ma… C’è un ma. Il racconto in questione è stato scritto da un autore esordiente, Ferdinando De Blasio Di Palizzi. Se migliaia di utenti apprezzano qualcosa scritto da un autore emergente dovrebbe essere una buona cosa, no? No. Anzi, . L’autore non è stato citato, quindi migliaia di utenti hanno condiviso qualcosa scritto da De Blasio senza conoscere l’autore.
Davvero, riflettete: quanti autori esordienti non pubblicati da una big possono dire di essere stati letti ed apprezzati da migliaia di persone? Pochi, pochissimi. Qualcuno ha deciso – forse in buona fede – di condividere su Facebook un pezzo dell’autore senza citare la fonte. Poi a quel punto gli utenti hanno gradito e il tutto si è espanso a macchia d’olio. Eppure, nessuno di quegli utenti (e, ripeto, si parla di decine di migliaia di utenti) ha conosciuto il nome dell’autore. Ora l’autore sta cercando di salvare il salvabile, facendo aggiungere il nome alle pagine che hanno condiviso il suo racconto, ma comunque è andata così.
A me tutto ciò pare davvero molto triste. Si è tolto all’autore ciò che sarebbe stato lecito concedergli e si è impedito agli utenti di avvicinarsi a un autore che magari avrebbero conosciuto meglio e apprezzato. Magari sembra che esageri, ma pensateci bene, si parla di un racconto condiviso da svariate migliaia di persone, credo che nessuna casa editrice potrebbe garantire una tale diffusione.
Tutto questo discorso per dirvi: se leggete qualcosa e se volete condividerlo, citate l’autore. Non costa nulla ed eviterete di far infuriare qualcuno.

Quando il cattivo gusto decide di farla da padrone nella letteratura – da 50 Sfumature al Classic-Porn

Ci sono cose, nella vita, di cui una persona dovrebbe fare a meno e una di queste è il Porno Letterario. Non letteratura erotica, sia chiaro, altrimenti non sarei un’autrice di Lite Editions.

Il fatto è che distinguere letteratura erotica di qualità dalla fuffa è estremamente difficile in tempi in cui libri come 50 sfumature di grigio la fanno da padrone, ridicolizzando un genere e facendo vergognare gli autori stessi di scriverne.

Ma di cosa sto parlando precisamente?

La notizia l’ha data per primo il blog amico Dusty pages in Wonderland di Malitia, parlando appunto di come la casa editrice Total-E-Bound abbia dato vita alla collana Clandestine CLASSIC, ovvero una ripresa in mano dei testi classici ORIGINALI (come Jane Eyre, Orgoglio e pregiudizio, Ventimila leghe sotto i mari…) e, senza toccarne il contenuto, abbia inserito scene di sesso laddove la censura vittoriana dell’epoca l’avrebbe tolta (sì, vabbé…).

Inutile dire che le parodie sono sempre esistite, ma sentivamo il bisogno di tutto questo? Io no, davvero. Soprattutto dopo un’attenta lettura della trama di “Uno studio di rosso” in chiave porn:

When Dr Tom Hotson takes rooms in Laker Avenue with amateur detective Hemlock Bones, he has no idea that he is about to enter a shadowy world of criminality and violence. Nor does he anticipate falling in love with Holmes and having his sexual needs attended to in a way he had only previously dreamed about.

Accompanying Bones to an ill-omened house in south London, Hotson is startled to find a dead man whose face is contorted in a rictus of horror. There is no mark of violence on the body yet a single word is written on the wall in blood. Dr Hotson is as baffled as the police, but Bones’ brilliant analytical skills soon uncover a trail of murder, revenge and lost love…

Along with Bones, Hotson throws himself into finding the killer, but also finds himself. As Hotson reveals more of his desires to his lover, Bones does his utmost to make sure those desires are met. In a heady time where Hotson is thrust into a horrifying murder case, the love he feels for Bones, and the sexual experiences they share, help him to remain level-headed until the killer is caught.

 

Non so voi, ma leggere di Tom Hotson e Hemlock Bones è qualcosa che mi fa venire la pelle d’oca e io AMO Sherlock Holmes in salsa slash, pienamente convinta che i due avessero qualche liason, ma vi garantisco che internet è pieno di fanfiction, soprattutto gratis.

Tutto questo però non mi stupisce, visto che l’operazione è totalmente commerciale. Perché poi inserire sesso dove non è previsto? Leggetelo sul Guardian e intanto sperate che questa roba non venga mai importata in Italia.

[Recensione] L’arciere di Kerry – Lynn Flewelling

Titolo: L’arciere di Kerry
Autore: Lynn Flewelling
Editore: Editrice NORD
Traduttore: Annarita Guarnieri
ISBN: 978-8842908586
Num. Pagine: 541
Prezzo: Non pervenuto
Voto:

Trama:
Chi volete che si curi di un giovanotto, senza titoli né fortune, accusato e arrestato ingiustamente? Non gli resta altro che meditare sulla malasorte nella sua cella buia, a meno che… A meno che il suo compagno di prigionia non si riveli un personaggio a dir poco imprevedibile! Così quando Seregil di Rhiminee decide di evadere dalla prigione, il giovane Alec di Kerry lo segue senza immaginare neanche lontanamente dove lo condurrà quella fuga. Perché Seregil non è mai esattamente o solamente ciò che sembra: ladro, aristocratico, guerriero, negromante, spia, ha un nome diverso per ogni occasione e cambia aspetto, età, perfino sesso grazie ad abili mascheramenti.

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Storie d’amore: odi et poco amo

Esempio di scrittore di polizieschi d’amore appena uscito dall’accademia di Amici.

Un po’ di sano rant tanto per inaugurare la fine dell’estate e l’inizio di questo settembre che per Scrittevolmente potrebbe significare molto.
Sto scrivendo questo articolo un po’ per sfogo, e anche perché sento di doverlo dire: basta con le storie d’amore dove non servono a un piffero. Sul serio.
Sono stanca, ne ho le tasche piene di leggere un giallo, un thriller, un fantasy, uno young adult, uno storico, un qualsiasi fottutissimo romanzo, e ritrovarmi tra capo e collo una storia d’amore che non c’entra una beata mazza col resto della trama, perché ammettiamolo: la stragrande maggioranza degli autori e delle autrici inserisce l’elemento amore solo per attirare un pubblico femminile alla ricerca della soddisfazione emotiva personale. Beh, io non sono così frustrata da cercarla in ogni dove, tantomeno in un romanzo dove squartano le persone e mi piacerebbe che l’attenzione sia volta alle indagini, non al detective che perde la testa per la fanciulla/inquirente di turno.

Sia chiaro, facciamo qualche precisazione.
Quando la storia d’amore è il perno del romanzo allora è accettabile, perché ovviamente è intorno alla relazione dei protagonisti che si intreccia l’intera trama, e da lì si possono sviluppare mille variabili che, se l’autore è bravo, si rivelano imprevedibili e possono rendere il romanzo un vero capolavoro che toglie il fiato e che spinge a leggerlo avidamente pagina dopo pagina.
Altresì una storia d’amore si rivela perfetta quando è realistica.

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E-book, il futuro sarà snob e discriminante? – Quando a parlare c’è chi non sa

Mi capita che girovago per l’internet (su Twitter, per la precisione) e incappo niente meno che su uno dei tanti blog contenuti da il Fatto Quotidiano. Sì, quella testata.

L’articolo in questione è il seguente: E-book, il futuro sarà snob e discriminante? che già, fatemelo dire, come titolo non inizia bene.

Leggendo brevemente l’articolo è chiaro che chi parla non è molto a conoscienza della meccanica di un ebook, così come è palese la totale ignoranza (mi perdoni la signora Loy, ma è un difetto di cui soffre la maggior parte degli italiani e pure una buona fetta di operatori dell’editoria) sulla differenza FORMATO e SUPPORTO.

La cosa che più mi turba è che un tale articolo possa esistere su una testata importante come il Fatto, ma si vede che sono io a sopravvalutare il mestiere del gornalista?

Riporto il mio commento all’articolo:

Sono onestamente shockata e perplessa sia dall’articolo in sé che dalla maggior parte dei 234 commenti prima del mio.
Signora Loy, una regola fondamentale del giornalismo è che prima di scrivere qualcosa ci si informa e soprattutto si verifica che sia vero.
A parte l’ignoranza dilagante: mega fornitore. Chiamiamo le cose con il loro nome, ovvero Amazon, proprietario sia del Kindle (il device) che del MOBI (l’estensione del file).
Il primo punto traballante è questo: Amazon è un PRIVATO. Un’azienda PRIVATA. Che come tale offre sul mercato, come Apple (altra azienda privata) un formato proprietario.
Una breve ricerca le avrebbe chiarificato che parlare di un’azienda privata e dei suoi prodotti nel campo degli ebook è parecchio sterile, in quanto è l’EPUB il formato standard internazionale dal quale vengono creati tutti gli altri formati. E che un ePub può essere convertito in qualunque formato grazie a Calibre (che è gratis).
Il prestito: acquisto il mio LIBRO (perché il punto che nessuno coglie è che l’ebook è un libro) senza DRM e lo mando via email a chiunque mi aggradi.

In risposta ai commenti: ma l’unica cosa che sapete rispondere è che con l’ebook non avete l’odore della carta? Ma seriamente?

Da fruitrice in egual misura di ebook (per la narrativa) e di cartaceo (fumetti e graphic novel) io tutta questa magia sensoriale non l’ho mai sentita e non me ne frega un tubo, visto che mi interessa il CONTENUTO (che per lavoro analizzo) e non ho alcun interesse per il contenitore.

L’ebook ha dato la possibilità a migliaia di libri il cui cartaceo non esisteva più di avere una nuova vita. Ha permesso la diffusione dell’autopubblicazione. Ha permesso a scrittori di short stories come la sottoscritta di pubblicare senza rientrare nei canoni editoriali del romanzo.

E ricordo che parlare del DEVICE e non dell’EBOOK (cosa fatta fino a ora) senza conoscerne la differenza è sintomo che prima di aprire la bocca sarebbe necessario quanto meno informarsi.

Daniela – che scrive fieramente da un iPad su cui ha una biblioteca impressionante ed è in grado di prestare, sottolineare, evidenziare in 5 colori diversi e mettere persino i post it ai suoi ebook.

 

Una nota di merito va a buona parte dei 234 commenti precedenti al mio, in cui una fetta di lettori forti (cioè coloro che leggono solo su cartaceo, non che leggono di più) si è espressa a favore della carta con aromentazioni più romantiche che pratiche, tipo:

1) Il profumo della carta™ (un classicone che commuoverà il nostro Ewan)

2) L’esperienza sensoriale del tocco delle pagine (la carta taglia, ma è sempre bello vedere un libro macchiato di sangue)

3) L’annusare le pagine mentre si legge (che a me sa un po’ di sniffare la colla, ma tornando in argomento, io non ho mai visto nessuno leggere e usmare un libro. Sarò strana io.)

4) La possibilità di sottolineare e prendere appunti (che, per chi non lo sa, cosa fattibilissima anche con un ereader. Con il mio iPad posso sottolineare, evidenziare e fare post it in ben cinque colori moda, senza contare il fatto che scrivere o fare le pieghe a un libro di carta è una cosa che mi urta nell’intimo)

5) Si può prestare (anche l’ebook se è senza DRM, ma l’ebook alla fine lo regali, il libro di carta al 99,9% non ti torna indietro a meno che non siete come me e Nasreen che ci mandiamo vicendevoli avvisi di morte e scadenze)

6) Non urta la vista come i lettori LCD (infatti quelli sono i tablet, i lettori e-reader hanno lo schermo e-ink per la quale hai necessità di una fonte di luce per leggerlo. Proprio come un libro di carta.)

7) Non necessita di essere ricaricato (vero, ma possediamo millemila gadget tecnologici, che differenza fa?)

8) Si può esporre in una libreria (bisogno leggittimo, ma più che a vantarsi non vedo la necessità. La mia libreria sta esposta nel posto più importante: nel mio cevello)

Insomma, a livello pratico… niente.

 

Voglio inoltre citare il manifesto dello Slow Reading, che spiega in maniera efficace anche il futuro del libro (nonostante non sia per niente d’accordo sul valorizzare più il testo lungo rispetto a quello breve).

 

In ogni caso, per quanto io possa essere favorevole all’ebook e alla digitalizzazione, vorrei dire che in redazione c’è chi è più favorevole al cartaceo, ma praticamente tutti possediamo un device (che sia un ereader, un tablet o addirittura entrambi). Magari non gioiosamente, ma ci siamo adeguati ai tempi che avanzano.

 

Gente che ne parla:

Post di Hell

Post di Gianluca

Post di Sommobuta

Post di Giobblin

Post di Helldoom

Post di Alex

Post di Narratore

Post di Marco