[Recensione] Stella cadente di Celeste Borrelli

Titolo: Stella cadente
Autore: Celeste Borrelli
ISBN: 9788897818120 
Anno: 2012
Editore: Libro Aperto Edizioni
Collana: Paul Valéry
Genere: Poesia
Prezzo: 3.49
Formati: ePub, Pdf
Lo potete acquistare QUI.
Voto:

 

Contenuto: Se il poeta fosse un pesce, presto o tardi soccomberebbe alla tentazione invincibile di volgere lo sguardo oltre il pelo dell’acqua che lo infagotta. Vi è in ciò qualcosa in comune con l’uomo di scienza (scopriamo che l’autrice è una farmacista, edotta nella chimica delle cose). Anch’egli è preso dall’irresistibile anelito di scoprire i segreti della realtà che lo avvolge, di sondare quel che si trova al di là dello specchio d’acqua.
Si manifesta subito il conflitto, pur nella comune intenzione. Il poeta con il suo verso vuole penetrare nella materia con prepotenza e coglierne l’essenza, quella che graffia lo spirito e apre le porte a mondi che possono spaventare, sgomentare lo scienziato che di tutto vorrebbe mantenere il controllo, su ogni cosa mettere le mani.
Seguono versi che esprimono delirio e disperazione di fronte a un mondo muto perché non si lascia comprendere.

 Se da questo mondo provengono suoni, questi sono sordi, sfiorano appena. Se noi tentiamo di emetterne, il nostro stesso spirito si fa atterrito perché si scopre muto:

“Grida soffocate/Silenzio ovattato/Terrore attutito” (Una calda notte di luglio).

Il silenzio è denso, capace di inghiottire emozioni che diventano inesprimibili, forse perché contraddittorie.
Le formule chimiche dello scienziato non permettono da sole un dialogo con  le rocce, le mura, le acque impassibili, non sono magiche. Tuttavia:

“Qualcosa è in agguato/Nel silenzio esasperato/ irromperà il furore/di un mutismo secolare”

Questi versi fanno paura: per il momento il silenzio umano vince quello di un mondo impassibile che sembra tenebroso. Oppure si fa sintomo di una incomunicabilità reciproca assoluta.

Eppure dentro di noi è il demone, siamo fatti dello stesso mistero che ci sgomenta e ci urta. Dentro di noi vi è una “musica assordante”, una forza che vibra, che prima o poi irromperà, uscendo da noi. Questo demone lascerà attonite “le rocce e le mura/testimoni di tanto silenzio”.

Nella poesia Anelito il discorso si sviluppa:

“Vorrei volare/ Sparire/ Dileguarmi nel nulla”, cioè  difendermi dal silenzio divenendo assenza, al fine di ristabilire un equilibrio e spegnere la tensione di un’eterna contraddizione: quella della vita che vuole acclamare e cantare se stessa e ciò che nel frattempo la opprime, la nega, o semplicemente le impedisce di esprimersi.

La disperazione che si legge appartiene a un essere umano che sente qualcosa di prezioso passargli accanto e svanire, lasciando forse un debole profumo. Nessuno domina la propria giovinezza, qualcun altro amministra la nostra esistenza, esigendo un prezzo da pagare.

E’ importante capire se varrà la pena pagarlo. Ciò dipenderà dal modo con cui si sarà colmato il vuoto, il nulla che opprime o se si sia solo inteso celare le presenze che vi si annidano (il demone dentro di noi).

Come dobbiamo colmarlo questo vuoto? Non certo con maschere inespressive e irreali, che lo rendono più feroce:

“Questo il carnevale,/unica realtà./Momento sincero della vita” (Questo è il carnevale).

Diviene evidente lo scontro tra l’anima della poetessa e la donna di scienza: non c’è spazio per tutte e due. Alla fine seguirà una frattura, o la composizione dei torti di entrambe, quando si esprimeranno allo stesso modo: la poetessa accorderà fiducia alle formule magiche contenute nei libri di chimica, la scienziata si renderà conto che per frangere il silenzio che la perseguita dovrà accettare senza riserve il linguaggio poetico che si fa strada a volte faticosamente perché controllato, vessato, sorvegliato, affinché non dica troppo, il demone dentro di noi non scosti il pericoloso velo di Maya. La donna di scienza deve lasciare la presa, sciogliere il guinzaglio, riaprire lo scrigno e così liberarsi dalla prigionia che tormenta.

La Cascata di Mondelli sembra esprimere questa liberazione, questo salto. Il silenzio diventa sacro, “rotto dallo scroscio della cascata”. Il demone dentro di noi vive nelle acque violente che battono contro i sassi. La stessa acqua, che imprigiona come una folta pellicola i pesci che vi nuotano, permette loro la vita. Le rocce non sono più mute. Lo diventiamo noi, muti non sordi, semplicemente incantati.

Non tutte le poesie presenti nella silloge ci hanno tuttavia convinto. Ad esempio Birds, Intrappolata nella rete, Vien giù la brina, Freddo dicembre: l’idillio si è dissolto, prevale una vena classificatoria, enumeratrice, il loro contenuto non è sostenuto da una forma e da un linguaggio adeguati (la poesia esige diliegenza e assai severa applicazione). Se si accostano parole comuni senza trascendere l’uso ordinario, ben poca suggestione può trarre il lettore: l’incanto si rompe, l’equilibrio è perduto. La donna di scienza ha ripreso il controllo, ha imprigionato la poetessa che tuttavia qua e là si fa strada, esprimendo altro delirio, nuova disperazione. Lo scontro è destinato a perdurare, senza esclusione di colpi. Questo significa che la vetta raggiunta è momentaneamente perduta ma raggiungibile di nuovo. L’autrice ha solo abbassato la guardia, la colpa è dello stesso silenzio: ha poggiato la penna per troppo tempo. Ha un universo intero da riscoprire.

Ed ecco infatti Neve, poesia semplice e piena di armonia, con una nota malinconica finale; Pensieri freddi, poesia che racconta delle illusioni perdute, quando rimane un gelo che avvolge come un’acqua fredda; interessante Il mio orizzonte, dove mare e cielo si fondono come l’anima con il corpo, come lo spirito con la sensualità. Illuminante Rincorro un sogno che racconta l’ultimo giorno di una farfalla. La poetessa scruta e insegue un sogno così come una farfalla, giunta alla fine del suo giorno, potrebbe  scorgere una fiamma lontana, perdendosi dentro il sogno che cela la morte. Non manca una piccola favola, Le vedovelle: ora che il tempo le ha invecchiate e rese forse tristi, resistono alla vita stringendosi tra loro. Come è giusto che sia.

Davide e Federica Dotto*

*Questo articolo è stato scritto a quattro mani: avendo una poetessa in famiglia non potevo esimermi dal ricorrere al suo prezioso consiglio.

 

Autore davide dotto

Nato a Terralba (OR) il 17/09/1973, è laureato in Giurisprudenza a Padova con una tesi in filosofia del diritto. Impiegato amministrativo presso un ente locale, vive nella provincia di Treviso. È un lettore onnivoro, da anni riempie quaderni di pensieri, note, impressioni. Da questi appunti sono nati alcuni racconti, otto dei quali usciti in diverse antologie. Finalista con il racconto "Controcanto" al Premio Orlando - L'Erudita I edizione (2013), è redattore della rivista telematica Art-litteram.com. Fa parte della Factory Editoriale I Sognatori.

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