Perché lo slash in Sherlock Holmes?

Ogni tanto mi lascio prendere dalla follia, e ho deciso di rileggermi l’intera saga e cercare tutti i riferimenti più ambigui che potessero suggerire una potenziale relazione fra i due famosissimi irregolari di Baker Street.
E’ un’iniziativa che mi era venuta in mente sin dalla prima volta che avevo letto i libri di Sir Arthur Conan Doyle, ma che avevo accantonato per mancanza di tempo; se ora ho deciso di spendere qualche giorno a realizzarla, è perché ho pensato che potesse essere utile non solo a me, ma anche a agli altri appassionati della saga.

E’ stato un lavoro istruttivo, interessante, stimolante, a tratti perfino esilarante. Ho cercato di raccogliere solo i paragrafi più significativi e li troverete nel preciso ordine di pubblicazione – che purtroppo non è quello cronologico delle date in cui sono ambientati i racconti.

Questo elenco non vuole assolutamente convincere nessuno della presunta omosessualità di Holmes e Watson, è perfino possibile che ciò che ci vedo io sia ben diverso dalla realtà, ma si propone solo di essere una nuova – ed, in effetti, niente affatto recente – chiave di lettura. Il rapporto tra questi due uomini vittoriani è leggendario, probabilmente la prima ed autentica bromance della letteratura e, come tale, si porta dietro un certo bagaglio di supposizioni; d’altronde non è un caso che lo Slash sia nato proprio con loro due.
Giudicate voi se ho ragione o meno.

Come ben si sa, il primo libro della saga Sherlockiana è ‘Uno Studio in Rosso’, in cui Holmes e Watson s’incontrano per la prima volta, cominciano a convivere ed a conoscersi. Sebbene l’interesse di Watson nei confronti dell’amico sia sospetto molto accentuato, non vi è un vero e proprio accenno esplicito che si possa riportare, quindi sono partita direttamente dal libro seguente:

«Temo che questa sia l’ultima investigazione che mi offra l’opportunità di studiare i suoi metodi. La signorina Morstan mi ha fatto l’onore di accettarmi come suo futuro marito.»
Holmes ebbe un gemito di sconforto. «Era ciò che temevo», disse. «Non posso davvero congratularmi con lei.»
Ci rimasi un po’ male.

Il segno dei quattro.

A seguire di questo breve paragrafo, c’è una spiegazione del fatto che Holmes ritiene l’amore una distrazione, qualcosa che toglie obbiettività alla sua mente analitica, ma sinceramente penso che quel discorso non stia proprio in piedi. Qui infatti non si parla di lui, ma del suo amico e non vedo perché Sherlock dovrebbe disapprovare il suo matrimonio, a meno che, com’è ovvio, non voglia che Watson continui a vivere con lui.

«Penso che farò meglio ad andarmene, Holmes.»
«Niente affatto, dottore. Resti lì dov’è. Senza il mio Boswell sono perduto. E poi il caso promette di essere interessante. Sarebbe un peccato perderselo.»

Le avventure di Sherlock Holmes – Uno scandalo in Boemia.

Questa è una delle frasi più famose della saga e, ammettiamolo, non proprio un’affermazione che chicchessia – specialmente un uomo criptico come Holmes – farebbe nei confronti di un amico. Non so voi, ma io, al posto di Sherlock, mi sarei espressa con altre parole.

«Mio caro amico», disse Sherlock Holmes mentre ci sedevamo l’uno di fronte all’altro accanto al caminetto dell’appartamento di Baker Street, «la vita è infinitamente più bizzarra di qualunque fantasia l’uomo possa concepire. Se potessimo volare, tenendoci per mano, fuori dalla finestra per osservare dall’alto questa grande città, scoperchiare gentilmente i tetti e osservare le stranezze che accadono, le coincidenze bizzarre, i piani che vengono elaborati, le finalità contrastanti, il meraviglioso concatenarsi degli eventi nell’arco della generazione, e i risultati quanto mai outré che ne derivano, qualsiasi romanzo con i suoi convenzionalismi e le sue conclusioni scontate ci apparirebbe vieto e trito.»

Le avventure di Sherlock Holmes – Un caso d’identità.

L’avete notato? No?! Be’, non ve ne faccio una colpa, qui il riferimento Slash si perde nel discorso di Holmes, che distrae abilmente da quel “tenendoci per mano” che sta lì in mezzo come un fronzolo romantico in un discorso profondo. Ma pensateci bene: un uomo – dell’età vittoriana, per di più, e nientemeno che Sherlock Holmes – potrebbe mai parlare di prendere per mano una persona del suo stesso sesso con tanta leggerezza?
Sir Doyle è molto bravo ad inserire queste chicche con distratta eleganza.
Ricordatevi di questo riferimento alle mani di Watson, perché non sarà l’unico.

Mia moglie era andata a trovare sua madre e per qualche giorno ero tornato a vivere nel mio vecchio alloggio di Baker Street.

Le avventure di Sherlock Holmes – Cinque semi d’arancio.

Bene, io qui sono letteralmente scoppiata a ridere. Dai, seriamente, cosa ci fa Watson lì? Perché non è andato anche lui a trovare la suocera, insieme a sua moglie? E’ rimasto a Londra per il lavoro? E allora perché si trasferisce a casa dell’amico, dal momento che lo studio ce l’ha sotto casa?
Una svista dell’autore? Chissà!

«Sa, Watson», mi disse Holmes mentre stavamo seduti uno accanto all’altro avvolti nell’ombra della sera che stava calando «In realtà ho qualche scrupolo a portarla con me questa notte. Esiste un pericolo ben preciso.»

Le avventure di Sherlock Holmes – L’avventura della fascia maculata.

Questa avventura è ambientata nel primo periodo in cui Holmes e Watson hanno iniziato a convivere, circa un anno dopo i fatti raccontati in ‘Uno studio in rosso‘ e ho riportato questo paragrafo per il semplice motivo che voglio farvi notare l’atmosfera intima del sole al tramonto e come Sherlock, da sempre, si preoccupi per il suo Waston – benché questi molto di rado se ne renda conto.

Non disse più una parola sul caso fino a tardi, quella sera, mentre, con la candela in mano, si avviava in camera da letto.
«Watson», mi disse, «se mai dovesse accorgersi che ripongo un po’ troppa fiducia nelle mie capacità o che mi dedico a un caso con meno impegno di quanto merita, per favore, mi sussurri all’orecchio “Norbury”, e gliene sarò infinitamente grato.»

Le memorie di Sherlock Holmes – La faccia gialla.

Si, lo so, qui non c’è niente di strano, ma era una conclusione così deliziosamente ironica che me ne sono innamorata. Mette in mostra quanta complicità, rispetto e fiducia ci sia tra questi due uomini.

«I miei pazienti…», cominciai.
«Oh, be’, se i suoi casi sono più interessanti dei miei…», disse Holmes con una certa asprezza.
«Stavo per dire che i miei pazienti potevano benissimo tirare avanti un paio di giorni, visto che questo è il periodo più tranquillo dell’anno.»
«Benissimo», rispose, recuperando il buonumore «allora ci occuperemo insieme di questo caso[…]»

Le memorie di Sherlock Holmes – Il trattato navale.

Non so voi, ma a me sa tanto di scenata di gelosia in piena regola! E’ chiaro che Holmes – che, si sa, è molto egocentrico – vuole le attenzioni di Watson tutte per sé.

Rise della mia aria sbalordita.
«C’è in lei una tale deliziosa ingenuità, Watson, che è per me un vero piacere esercitare le mie modeste facoltà a sue spese[…]»

«Allora i miei rapporti non sono serviti a niente!» Mi tremava la voce ricordando con quanta fatica e quanto orgoglio li avessi redati.
Holmes tirò fuori dalla tasca un rotolo di carte.
«Ecco i suoi rapporti, amico mio, e le assicuro che li ho sfogliati parecchio. E devo farle i miei complimenti per lo zelo e l’intelligenza che ha dimostrato in questo difficilissimo caso.»
Ero ancora un po’ offeso per l’inganno, ma il calore per la lode di Holmes mi fece dimenticare il risentimento.

Aveva lanciato un grido chinandosi sul cadavere. Ora stava ballando e ridendo, stringendomi le mani. Poteva essere il mio austero e controllato amico? C’era davvero un fuoco nascosto in lui!

Il mastino dei Baskerville.

Questi tre paragrafi, tratti dallo stesso romanzo, sono tra i miei preferiti.
Il primo mi ha fatto quasi scoppiare a ridere e canticchiare “L’ha ammesso! L’ha ammesso!”, e vi faccio notare che “deliziosa” non è un aggettivo che, se fossi un uomo, affibbierei ad una qualunque caratteristica di un amico.
Vedete la dolcezza con la quale Holmes rassicura Watson? Non so voi, ma – di nuovo – io al suo posto avrei usato altre parole. E non sembra quasi di vederlo, il buon dottore imbronciato, arrossire e sorridere per quella lode tanto agognata?
Infine, avete notato il riferimento alle mani?

«[…]Tornai immediatamente a Londra, mi presentai a Baker Street, facendo quasi venire un infarto alla signora Hudson, e scoprii che Mycroft aveva conservato il mio alloggio e le mie carte esattamente com’erano. Ed è così, mio caro Watson, che alle due del pomeriggio di oggi, mi trovavo nella mia vecchia poltrona, nella mia vecchia stanza, con l’unico desiderio che, nell’altra poltrona, fosse seduto, come sempre, il mio amico Watson.»

Il ritorno di Sherlock Holmes – L’avventura della casa vuota.

Holmes manca da Londra da tre anni e, appena tornato, a chi pensa? Magari a suo fratello, l’ultimo familiare rimastogli? A quanto pare no, il suo “unico desiderio” e riavere Watson con sé.
E tenete a mente quella poltrona, perché la ritroverete ancora.

Al tempo in cui sto parlando, Holmes era di nuovo a Londra già da qualche mese e io, dietro sua richiesta, mi ero trasferito di nuovo con lui nel vecchio appartamento di Baker Street. Un giovane medico, un certo Verner, aveva rilevato il mio vecchio studio a Kensington senza sollevare, stranamente, alcuna obbiezione al prezzo altissimo che mi ero avventurato a chiedergli – e capii il perché qualche anno dopo, quando venni a sapere che Verner era un lontano parente di Holmes e che a sborsare la somma era stato, in realtà, il mio amico.

Il ritorno di Sherlock Holmes – L’avventura del costruttore di Norwood.

Be’, direi che questo paragrafo parla da sé. Non solo l’introverso Holmes si è spinto a chiedere a Watson di ritornare a vivere con lui, ma ha anche eliminato in segreto qualunque problema potesse frapporsi alla loro rinnovata convivenza.

Nell’oscurità mi prese la mano conducendomi rapidamente lungo file di cespugli che ci sfioravano la faccia. Holmes aveva la strana facoltà, accuratamente coltivata, di vederci al buio. Sempre tenendomi per mano, aprì una porta e mi resi vagamente conto che eravamo entrati in una grande stanza dove ancora ristagnava l’odore di un sigaro fumato di recente.

Sentii la mano di Holmes insinuarsi nella mia con una stretta rassicurante, quasi a farmi capire che la situazione era sottocontrollo e che non c’era da preoccuparsi.

Il ritorno di Sherlock Holmes – L’avventura di Charles Augustus Milverton.

Le mani, le mani! Ben altri due riferimenti. Comincio a pensare che Holmes abbia un fetish per le mani di Watson. Vi pare naturale che un uomo prenda per mano un amico, seppure si trovano al buio? Non sarebbe stato più appropriato afferrargli, che so… un polso?

Si alzò di scatto anche lui, stringendomi la mano.
«Sapevo che all’ultimo lei non si sarebbe tirato indietro» disse e, per un momento, vidi nei suoi occhi qualcosa che, più di quanto avessi mai visto, somigliava alla tenerezza.

L’ultimo saluto – L’avventura di Bruce-Partington.

Anche qui le parole non servono, mi pare chiaro il motivo per cui ve l’ho riportato. Non conosco bene l’inglese, quindi non so se in originale sia lo stesso, ma badate bene che Watson negli occhi di Holmes non ha letto affetto – che è un sentimento naturale per due amici – ma “tenerezza”; a mio avviso, c’è una sottile, ma significativa, differenza.

«[…]Ma lei, Watson» – interruppe il suo lavoro prendendo per le spalle il vecchio amico – «non l’ho ancora vista alla luce. Come l’ha trattata il tempo? Sembra il solito ragazzone di sempre.»
«Mi sento vent’anni di meno, Holmes. Raramente ho provato tanta gioia come quando ho ricevuto il suo telegramma che mi diceva di raggiungerla a Hardwich con la macchina. Ma lei, Holmes – lei è cambiato pochissimo – tranne che per quell’orrenda barbetta appunta.»

«Caro vecchio Watson! Unico punto fisso in un epoca in mutamento[…]»

L’ultimo saluto – Un epilogo.

L’ultima avventura dei nostri amici! Tutte le volte che leggo questi due paragrafi mi si chiude la gola per l’emozione. Posso solo immagine – e traspare piuttosto bene dalle parole di Sir Doyle – cosa abbiano provato loro rincontrandosi e lavorando fianco a fianco dopo tanto tempo.

Sia Holmes che io avevamo un debole per il bagno turco. E il momento in cui ci fumavamo un sigaro, nel piacevole relax della camera dove ci si asciugava era quello in cui il mio amico era meno reticente e più umano che altrove. Al piano superiore del centro di Northumberland Avenue c’è un angolo isolato, con due lettini affiancati; ed era proprio su questi lettini che ce ne stavamo sdraiati quel 3 settebre 1902, giorno in cui ha inizio il mio racconto.

Il taccuino di Sherlock Holmes – L’avvenuta del cliente illustre.

I bagni turchi! Esiste luogo più promiscuo intimo dove due uomini vittoriani potessero stare in presenza altrui praticamente nudi? E vi sottolineo i lettini affiancati ed isolati.

«[…]Voglio vederla ancora una volta nella sua poltrona. Spero che non abbia imparato a disprezzare la mia pipa e il mio deplorevole tabacco? In questi giorni devono sostituire il cibo.»

Il taccuino di Sherlock Holmes – L’avventura del diamante giallo.

Questa avventura è ambientata proprio il giorno in cui Watson torna a vivere in Baker Street, e rieccovi la poltrona ed il desiderio espresso da Holmes che si avvera.

«La faccenda è più seria di quanto pensassi, Watson», disse. «E’ giusto che glielo dica, anche se so che questo non farà che spronarla a tuffarsi a testa basta. Oramai, dovrei conoscere il mio Watson. Ma il pericolo esiste, e lei deve saperlo.»

Poi il mio amico mi sostenne con le sue braccia muscolose accompagnandomi a una sedia.
«E’ ferito Watson? Per amor di Dio, mi dica che non è ferito!»
Valeva una ferita – molte ferite – scoprire quale miniera di lealtà e affetto si nascondeva dietro quella maschera gelida. Per un momento i suoi occhi freddi come l’acciaio si appannarono e gli tremarono le labbra.
Per la prima e unica volta intravidi un grande cuore oltre che una grande mente. Tutti quegli anni di umile ma fedele servizio culminarono in quel momento della verità.
«Non è nulla, Holmes, non è che un graffio.»
Aveva lacerato i miei pantaloni con un temperino.
«Ha ragione», esclamò con un profondo respiro di sollievo. «E’ molto superficiale.» Il suo volto si era indurito come la pietra mentre guardava il prigioniero che si stava rialzando, stordito. «Giuro il cielo che le è andata bene, signore. Se avesse ucciso Watson non sarebbe uscito vivo da questa stanza[…]»

Il taccuino di Sherlock Holmes – L’avventura dei tre Garrideb.

Vi faccio presente quell’avverbio possessivo “mio” riferito a Watson, che si adatta decisamente poco ad un amico.
Il seguente paragrafo e uno dei più emozionanti dell’intera saga, e non vi stupisce che il freddo, analitico Holmes sarebbe stato pronto ad ammazzare quel criminale con le sue mani, se questi avesse ucciso il suo prezioso compagno? Ed il modo del tutto superfluo, ma molto interessante, in cui, perfino in un momento simile, il dottore ci fa notare quanto le braccia di Sherlock che lo sostengono siano “muscolose“?

D’improvviso però, mentre ci stavamo avvicinando alla nostra destinazione, si sedette di fronte a me – eravamo da soli in uno scompartimento di prima classe – e, ponendomi le mani sulle ginocchia, mi guardò con quel suo particolare sguardo malizioso caratteristico dei suoi momenti più sbarazzini.

Il taccuino di Sherlock Holmes – L’avventura di Thor Bridge.

Eh, va be’, qui mi sono detta che Doyle dovesse proprio farlo apposta, perché dai… non si può, è troppo ambiguo!

“Venga subito se può – se non può, venga ugualmente. S. H.”
Negli ultimi tempi, i nostri rapporti erano stati piuttosto strani.
Holmes era un individuo abitudinario, straordinariamente abitudinario; e io ero diventato una delle sue abitudini. Ero diventato un istituzione, come il violino, il trinciato forte, la vecchia pipa scura, i volumi degli indici di riferimento, e altre consuetudini forse meno scusabili.
Quando si trattava d’impegnarsi attivamente nel lavoro e occorreva un compagno sul cui coraggio potesse contare, il mio ruolo era evidente. Ma ne avevo anche altri. Ero la pietra su cui affiliava la sua mente. Lo stimolavo.

Il taccuino di Sherlock Holmes – L’avventura dell’uomo che camminava a quattro zampe.

Questa è l’ultima perla che ho trovato e davvero non c’è nulla da spiegare. Amo la deliziosa diplomazia che Holmes dimostra persino nei suoi telegrammi, ma più di tutto sono morta dal ridere a quei “Ma ne avevo anche altri” e “Lo stimolavo”.

Bene, penso sia tutto, spero che la mia ricerca vi abbia divertito, magari interessato, e che possa tornarvi utile in qualche modo. Ci sono tante altre piccole cose che, per un motivo o per un altro, non ho potuto riportarvi; perché non erano abbastanza esplicite o perché non è qualcosa che si legge nello scritto, ma che traspare tra le righe, attraverso i gesti e le parole dei personaggi – e mi rendo conto che, in tal caso, potrebbe essere un parere tutto soggettivo.
Ovviamente, ripeto, io non voglio convincere nessuno delle mie idee. Continuerò ad amare sempre il Signor Holmes e il dottor Watson, a prescindere dal fatto che siano ritratti come amici o come amanti. Non mi aspetto che qualcuno cambi opinione, ma penso che per chi li veda come me sia stata cosa gradita leggere queste pagine; e per chi, invece, continua a vederli solo come buoni amici, potrebbe essere interessante vedere perché altri la pensino diversamente.

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5 risposte a Perché lo slash in Sherlock Holmes?

  1. Francesco G. Lo Polito scrive:

    Ohibò…

    È vero che nell’Inghilterra vittoriana c’era un certo spazio per l’idea dell’amicizia virile, con tratti che a noi sembrano molto ambigui per via dei diversissimi costrutti culturali. I vittoriani vivevano in un’epoca in cui il sesso era un rigido tabù, noi in un’epoca in cui il sesso è diventato banale merce confezionata in serie, palta a uso e consumo di un pubblico di capre massificate e un po’ guardone.

    Che poi è la ragione per cui oggi non è più possibile scrivere una storia dell’amicizia di 2 uomini senza evitare il cliché dello slash, così come non è possibile scrivere dell’amicizia tra donne senza evitare lo scoglio del lesbismo, più o meno latente. Ma questo ci dice più cose della nostra mentalità che non di quella dei nostri padri. Come dire: «Malice is in the eye of the beholder».

    Sono anche un po’ perplesso dall’analizzare i testi per cercare certi tipi di prova. È un metodo che ricorda pericolosamente quello della critica psicanalitica dei primi tempi, che cercava deliberatamente nelle opere tracce di nevrosi e psicosi. Cercava deliberatamente, con modi da inquisitore, e quindi trovava quello che voleva trovare. Considerato che questo sistema ci ha regalato bufale come il Lewis Carroll pedofilo represso, direi che un certo grado di prudenza è perlomeno consigliabile…

    • queenseptienna scrive:

      Credo che tu non abbia ben compreso l’intento con cui è stata fatta questa analisi. Leggi sotto: rendo conto che, in tal caso, potrebbe essere un parere tutto soggettivo.
      Appunto, soggettivo. A me piace dare ragione a questa visione perché AMO lo slash, ma se non mi piacesse semplicemente ne rispetterei la visione.

      Non prendiamo fischi per fiaschi e non additiamo quello che è semplicemente un parere differente.

      • Francesco G. Lo Polito scrive:

        Prendo nota – una seconda volta – del carattere eminentemente soggettivo del parere espresso nel tuo articolo. E concedi che forse non è puntare il dito contro un’idea diversa dalla mia, se argomento perché non trovo convincente non tanto il contenuto quanto il metodo dell’analisi fatta. Che poi il metodo infici le conclusioni è un’altra questione, e di sicuro il metodo non mi convince perché non rende conto di alcune cose:

        1) vuole analizzare testi di oltre un secolo fa guardandoli attraverso la lente della nostra sensibilità e mentalità moderne, senza porsi più di tanto il problema d’inquadrarli nel loro contesto (si veda il commento di Ema più sotto). In sostanza è un’approccio astorico e incompleto, che guarda caso nuoce alla credibilità della tesi sostenuta.

        2) proprio perché parere soggettivo di chi ama lo slash, estrapola frasi dal testo e le usa a favore della tesi di fondo alla quale si tende. Tralasciando per il momento il fatto che l’osservatore non può non interferire sul fenomeno che osserva e studia, trovo che questo sia un criterio incompleto e discutibile quanto il primo, e che rischi di trasformare l’analisi del testo in un teorema che si deve dimostrare a partire da un assioma. Con la stessa logica si potrebbero estrapolare versi della Divina Commedia per dimostrare che Dante era un sovietico ante litteram, piuttosto che un poeta cristiano che tuonava contro i cattivi preti.

        Questo il senso delle mie argomentazioni, forse un po’ secche, che tuttavia – mi prendo la libertà di notare – anziché essere controbattute sono state sbrigativamente liquidate come una specie di apologia del reato di opinione: una linea di difesa che fa ancora più acqua di quella di Norimberga, se posso essere onesto…

  2. Ema scrive:

    Ciao, capito qui per caso e non posso fare a meno di scrivere due righe visto il mio amore bambinesco per i due personaggi.
    Dunque, al di là dell’amore bambinesco di cui sopra devo dire che col tempo ho maturato la convinzione che Holmes ami avere accanto Watson perché, al di là dell’indubbio sentimento fraterno, gli dà la continua misura della propria eccezionalità. E quindi se lo tiene stretto, come “campione dell’uomo medio” con indubbie qualità (coraggio, onore, entusiasmo) che tuttavia altro non fa che mettere in evidenza il genio assoluto dell’altro. Il lavoro di Holmes è spesso oscuro, di certo il suo coinvolgimento non esce sui giornali, tanto che ha costretto il suo ego a bastarsi da solo finché non ha trovato questo ammiratore gratuito in casa sua, che addirittura scrive di lui. E la differenza si vede.
    Oltre a questo, considera che il lessico di Sir Doyle appartiene al periodo vittoriano, nel quale la delicatezza e l’eleganza dei modi rivestivano una certa importanza e non si ricollegavano necessariamente a orientamenti sessuali. Per questo non mi sorprendo affatto di trovare quella “deliziosa ingenuità” né mi sorprenderei di trovare aggettivi come “dolce” o “squisito” riferiti a quel bel maschione coi baffoni di John H Watson.
    Che poi Holmes rimanga sempre sul filo dell’ambiguità (caratteristica ripresa anche dal buon Moffat nello stupendo “Sherlock” di questi tempi) nonostante la love-story che molti strombazzano con la povera Irene Adler, che è secondo me più un invaghimento intellettuale che altro, sono d’accordo con te.

  3. katia860 scrive:

    Ciao, anchio amo molto lo slash e mi piace dare una mia interpretazione a certe ambiguità. In ogni caso, da quel che ho letto, anche quelle di Francesco G. e Ema lo sono. Ed è proprio questo il bello di ciò che non è certo, quindi, secondo me, nessuno dovrebbe ribattere su punti di vista diversi. Hikaru Ryu io condivido pienamente il tuo e trovo bellissima questa ricerca e interpretazione… anchio ultimamente mi sto appassionando a questi due personaggi, anche grazie alla miniserie della BBC

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